Primo Levi, lo scrittore che leggeva la vita attraverso la chimica

Oggi la nostra rubrica Mille e una Vita la dedichiamo a Primo Levi.

Scrittore sopravvissuto all’olocausto, per i più rappresenta l’inconfondibile voce narrante dell’orrore dei campi di concentramento. Tuttavia, Levi era prima di tutto un chimico appassionato e capace. L’amore per la chimica ha probabilmente rappresentato un’àncora di salvezza e la prospettiva di un ritorno alla normalità. La chimica per Levi era passione e lavoro. Lo ha accompagnato, salvato e riconsegnato alla vita.

Primo Levi nasce nel 1919 a Torino. I suoi antenati erano ebrei originari della Provenza e della Spagna. Fin da adolescente la sua passione per la chimica emerge in maniera prepotente tanto da scegliere questo corso di laurea nel 1937. Una scelta che ricorderà anche nel suo libro ” Il sistema Periodico” nel capitolo “Ferro” quando scriverà: «[…] Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi, e che quindi il sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo…».

Il giovane Levi matura in fretta, in un ambiente ricco di stimoli e nella contrarietà delle prime leggi razziali, promulgate nel 1938. Si laurea nel 1941 a pieni voti, sebbene sul suo diploma come epiteto infamante sia riportata la dicitura “di razza ebraica”.

Il giovane chimico si affretta dunque a cercare lavoro, in un’Italia ormai precipitata nel baratro. Il primo impiego arriva in fretta, sebbene sia ai limiti della legalità. Si svolge in un laboratorio chimico ricavato in una cava di amianto. L’anno successivo una prospettiva più stabile lo porta a Milano: l’incarico è presso una fabbrica Svizzera di Medicinali.

Ma sono gli anni più bui per l’Italia e, nonostante l’armistizio firmato dal Governo Badoglio l’8 settembre del 1943, la guerra non finisce e le truppe Tedesche occupano il Centro e il Nord Italia.

Primo Levi si unisce a un gruppo di partigiani attivi nel territorio della Valle d’Aosta, ma alle prime luci del 13 dicembre viene arrestato e condotto presso il campo di concentramento di Carpi-Fossoli. Meno di un anno dopo, nel febbraio del 1944 viene deportato ad Auschwitz.

Primo Levi

Ingresso al campo di concentramento di Auschwitz

La chimica per Primo Levi detenuto ad Auschwitz non è solo la speranza di sopravvivere per tornare alla propria vita e alle proprie aspirazioni, ma si rivela un’opportunità. Con gli studi universitari Levi impara i rudimenti della lingua tedesca e la possibilità di comunicare con i suoi carcerieri si rivelerà preziosa in molte circostanze.

Le sue conoscenze, la sua passione, il suo essere un chimico lo rendono agli occhi dei suoi aguzzini un prigioniero utile. Un ebreo da tenere in vita. Non passa molto tempo prima che sia destinato al lavoro presso la Buna, la fabbrica di proprietà della IG Farben, come lui stesso anni dopo racconterà in “Se questo è un uomo”. Se probabilmente c’è molto di realistico nelle parole di questo chimico scrittore quando sostiene di essere sopravvissuto «per combinazione” al campo di concentramento, è indubbio che le sue competenze si siano rivelate determinanti.

Primo Levi uomo libero, sopravvissuto alla follia di Auschwitz tornerà immediatamente al suo lavoro.

L’incarico dello scrittore, tornato alla vita, è presso la Siva, una fabbrica di vernici a Settimo Torinese di cui arriverà ad assumere la direzione. E mentre la chimica lo tiene ancorato al presente, la scrittura gli consente di sopravvivere al passato. Due anime, un binomio quello fra formule e parole che diventerà inscindibile. Attraverso il racconto di quella discesa negli inferi, l’uomo Primo Levi cercherà una cura per l’anima e una testimonianza per le nuove generazioni.

I suoi libri affrontano i ricordi seguendo l’evoluzione emotiva di ferite tanto profonde da non poter essere guarite, al più curate con la consapevolezza che il sollievo vivrà di fasi alterne.

La vita trionfa nel suo lavoro di chimico, nei progetti e nella passione che non può essere piegata nemmeno dal dittatore più feroce. «Giunto a questo punto della vita, quale chimico, davanti alla tabella del Sistema Periodico, o agli indici monumentali del Beilstein o del Landolt, non vi ravvisa sparsi i tristi brandelli, o i trofei del propri passato professionale ? Non ha che da sfogliare un qualsiasi trattato, e le memorie sorgono a grappoli: c’è fra noi chi ha legato il suo destino, indelebilmente al bromo, o al propilene, o al gruppo – NCO o all’acido glutammico; ed ogni studente in chimica, davanti a un qualsiasi trattato, dovrebbe essere consapevole che in una di quelle pagine, forse in una sola riga, o formula o parola, sta scritto il suo avvenire, in caratteri indecifrabili, ma che diverranno chiari “poi”: dopo il successo o l’errore o la colpa, la vittoria o la disfatta… » [tratto da “Il sistema Periodico”].