La storia della Renner e di Aldrovandi oggi su Il Venerdì di Repubblica

Il Venerdì di Repubblica nell’edizione di oggi accende i riflettori sulla storia di Renner Italia e del suo fondatore Lindo Aldrovandi. Nell’articolo dal titolo “A lezione da Lindo tra Olivetti e Toyota” la giornalista Natascia Ronchetti pone in evidenza la posizione controcorrente di un’azienda che continua a centrare importanti risultati di bilancio coniugandoli a un approccio umanista dell’industria.

 

A lezione da Lindo tra Olivetti e la Toyota

di Natascia Ronchetti

Era stato licenziato, ma è ripartito e ha fondato un’azienda, la Renner, che assume e fa profitti. Grazie anche alla compartecipazione degli operai.

Tutto è iniziato con un sogno infranto, quello dei suoi genitori, che lo avrebbero voluto ingegnere e non operaio. Alla fine Lindo Aldrovandi a mettersi in tasca la laurea ce l’ha fatta, per la gioia del padre, carabiniere ex partigiano, e della madre casalinga. Ma nel frattempo aveva capito cosa significa cominciare dal basso (spazzando pavimenti in fabbrica), scalare i vertici aziendali fino a diventare amministratore delegato per poi essere licenziato in tronco e ricominciare tutto da capo all’età di 52 anni.

Era il 2004 e Aldrovandi ripartiva da zero con la produzione di vernici per il legno, convinto che «ogni mansione, anche la più umile, è importante». Oggi la Renner che ha costruito a Minerbio, nel Bolognese, con investitori che hanno creduto in lui, fattura 100 milioni e ha 270 dipendenti. Un’azienda controcorrente. Perché lui, già nel 2009, in piena crisi economica, mentre altri chiudevano o riducevano il personale, cominciava a dare forma a una idea di impresa basata sul welfare e sulla compartecipazione agli utili da parte delle maestranze, con un modello di gestione ispirato alla scuola di pensiero di Adriano Olivetti e al metodo giapponese Kaizen, reso famoso dalla Toyota, in base al quale le decisioni non sono mai calate dall’alto ma, al contrario, a rotazione coinvolgono tutti. La condivisione dei profitti è diventata un fisso aggiuntivo in busta paga di 1.150 euro. Altri 600 euro arrivano dalla distribuzione dei risparmi ottenuti con il piano per abbattere i costi energetici, dal premio per l’adozione del metodo Kaizen e dall’uso corretto delle misure di sicurezza. E a questi si aggiungono 500 euro ogni anno che ogni dipendente può spendere a proprio piacimento, per pagare l’asilo nido per i figli, per libri, cinema, teatro, vacanze, visite mediche.

Tanto che l’azienda, con i suoi due stabilimenti da 26 mile metri quadrati, a Minerbio è ormai una istituzione. «Qui viene voglia di dire: io sono uno della Renner», dice Aldrovandi. «Ma questo risultato non l’ho raggiunto perché sopno bravo, semmai perché ho uno staff di persone che lavorano con passione. Se ho un merito è quello di non aver mai commesso l’errore di anteporre il mio interesse personale all’interesse dell’azienda».

Se c’è una cosa che Aldrovandi non ama sono le multinazionali: «Lì tutti sono numeri». Cosa che spiega come mai in tredici anni alla Renner non ci sia mai stato un giorno di sciopero (e nemmeno un’ora di cassa integrazione), nonostante una vigile rappresentanza sindacale della Cgil.

 

 

 

Il servizio dedicato a Renner Italia dal Venerdì di Repubblica